Cultum Interitum

Recensione a cura di Edoardo Goi

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5/7/2022 3 min read

L'oscurità che propala dalla copertina di questa opera seconda dei death/blacksters polacchi CULTUM INTERITUM, intitolata VENERATION OF THE NEW DAWN e pubblicata su etichetta Godz Of War Productions, rende graficamente molto bene il maelstrom sonoro da essi generato nella loro proposta. Il loro death/black metal risulta, infatti, molto cupo e opprimente, basato com'è su un riffing caotico e stordente, da vocals declamate, fortemente riverberate e disturbanti e da suoni volutamente melmosi e inscalfibili, per un effetto complessivo finale decisamente straniante. Per fornire una visione più chiara di ciò che troverete fra questi solchi, immaginate di mescolare la ritualità tetra degli Archgoat più grezzi al death metal impenetrabile di band quali Teitanblood e Diocletian, con un tocco degli Aevangelist meno raffinati, e otterrete più o meno la pasta sonora di cui si compongono questi trentuno minuti di insondabile tenebra. Il nuovo album del nostro trio, composto da E (voce, chitarra e basso), SR (chitarra) e B (batteria), ci spalanca le sue porte con le tetre note introduttive della lunga VENERATION I (tutti e sei i brani dell'album hanno il medesimo titolo, seguito da un numero progressivo), dove la band, fra sample, rumori lontani e voci dal nulla, ci guida nel suo mondo privo di luce, preparandoci alla pesante deflagrazione elettrica che seguirà, assestata su un pesantissimo mid tempo di grande impatto. L'atmosfera dissonante e gravosa evocata dai nostri si insinua come pece nelle orecchie dell'ascoltatore senza concedergli mai il benché minimo sollievo, ne nei momenti in cui la band lascia che sia la mera atmosfera a prevalere sulle sferzate elettriche, ne tanto meno quando i giri del motore salgono per dare sfogo all'anima più feroce e devastante dell'album, e questo vale non solo per questa riuscita traccia d'apertura, ma per tutto il dipanarsi dello stesso. E' infatti evidente fin dalla seconda traccia II che l'obbiettivo dei Cultum Interitum non è quello di donare all'ascoltatore un'esperienza “piacevole” (questo termine va ovviamente rapportato al genere d'appartenenza della band) ne tanto meno variegata all'ascolto, quanto quello di generare un moloch annichilente che potrebbe tranquillamente essere visto come un'unica, lunga, traccia divisa per comodità in sei capitoli. Il canovaccio stilistico, così come quello strutturale, risulta infatti il medesimo per tutti i brani dell'opera, con sfuriate parossistiche, pesantissimi mid tempo e momenti di mortifera stasi a susseguirsi senza soluzione di continuità in composizioni che sembrano rifuggire come la peste il concetto di “forma canzone”, lasciando che l'oscurità generata si diffonda nel modo più libero e spontaneo possibile, nutrendosi dello stesso caos controllato da cui ha origine. Ecco quindi che le deraglianti e ossessive scudisciate black/death alla Von di III o il riffing leggermente più intelligibile di IV, sebbene degni di nota, non si rivelano altro che mere pennellate stilistiche all'interno di una struttura quantomai monolitica, che nemmeno l'inquietante rumore di fondo posto a disturbare il silenzio alla fine di IV riesce a scalfire. Va da se che le medesime sensazioni si propagano anche dalle tracce V e VI, con la prima che si distingue per la terrificante tensione generata (oltre che per una forma canzone leggermente più accentuata), piazzandosi con ogni probabilità in vetta alla classifica dei brani dell'album, per chi scrive, e la seconda che chiude in modo più che congruo il lavoro grazie alla sua alternanza di mid tempo più strazianti e dissonanti che mai e scariche di pura furia, ottimo sigillo a un album senza dubbio non facile, per orecchie poco abituate a questo modo di intendere il genere, ma che potrà regalare senza dubbio più di un brivido agli appassionati di questo stile peculiare e riservare una gradita sorpresa ai fan dell'estremo in cerca di soluzioni meno classiche. Un album perfettamente concepito e realizzato da una band con le idee più che chiare riguardo alla propria arte, e in possesso di tutti i mezzi necessari per renderla al meglio. Solidi, capaci e incompromessi. Promossi senza remore.

80/100

Recensione a cura di Edoardo Goi